Viaggio in spagna

Viaggio in Spagna – Madrid

La Spagna è un paese ricco di storia e dall’eccellente tradizione culinaria. La cultura spagnola è molto simile alla nostra.

Per il mio soggiorno ho scelto un hotel vicino al “Parco del Retiro” nelle immediate vicinanze del nucleo urbano di Madrid per due ragioni: visitare la città iberica in maniera semplice e avere vicino il Prado e Reina Sofia, due importanti musei che ospitano l’arte europea e l’arte spagnola del‘900.
L’adattamento agli usi e costumi è stato rapido e quasi naturale; le persone che ho incrociato per strada si son fermate tranquillamente mostrando tutta la loro disponibilità nel darmi le indicazioni necessarie al mio orientamento e si sono prestate gentilmente nel darmi consigli utili su locali rinomati o poco conosciuti – dove poter assaggiare piatti della cultura spagnola.
Il soggiorno è durato complessivamente soltanto tre giorni, praticamente una full immersion nella vita iberica. Nonostante il poco tempo a disposizione, ho cercato di visitare più posti possibili e, soprattutto, ho tentato di assaggiare i rinomati salumi spagnoli… tra tutti, dovevo assaggiare il prosciutto iberico! Era una sorta di imprescindibile obbligo morale!

Sebbene la ricerca delle mie papille gustative puntasse senza alcun dubbio al famoso jamon iberico, ho scelto di battezzare la mia iniziazione alla gastronomia spagnola con altri sapori. La sera del mio arrivo, infatti,la prima tappa è stata presso il “Café de Chinitas”.

 

E’ un locale storico di Madrid  visitato da personaggi illustri del panorama mondiale, consigliatoci dal receptionist dell’hotel come miglior posto dove poter mangiare la paella valenciana.

 

L’atmosfera del locale sembrava ricordare vagamente un teatro dell’800 e vi si può scovare tutto ciò che è legato ai simboli della tradizione spagnola come i quadri raffigurant i tori e toreri, i ritratti di Re spagnoli del passato e veri e propri ballerini di flamenco che rendono unica la fama del “Cafè de Chinitas”

Era un freddo lunedì di febbraio e c’ era davvero poca gente in sala ma i camerieri mi hanno accolto con calore facendomi sentire subito a mio agio nonostante la situazione non fosse tra le più accoglienti. Ho scelto di mangiare, ovviamente, la paella che ricorderò come il piatto simbolo del mio viaggio.

Da bere… beh, bisogna anche chiederlo? Sangria! Un’ ottima sangria servita a regola d’arte con un’invitante fetta di arancia che abbracciava il bicchiere… aveva l’aria di un sole bello quasi come quello che hanno dentro i ballerini che si esibivano davanti ai miei occhi mentre degustavo tanta prelibatezza. Eleganti ed orgogliosi, sì… definirei così i danzatori di flamenco

 

 

Il giorno successivo ho dovuto ad ogni costo visitare il famoso mercatino di San Miguel, pieno di prodotti tipici della cucina iberica. Qui tapas, salumi e sangria vengono consumati al banco e questo ha reso l’ esperienza al mercatino davvero unica ed irripetibile. Gli occhi ed il palato avrebbero voluto assaggiare di tutto ma la mia attenzione per quel giorno era focalizzata interamente sul prosciutto iberico. Non potevo ovviamente limitarmi ad un singolo assaggio, non potevo assolutamente! Ne ho mangiato, infatti, molte varianti e ciascuna in un posto diverso. Volevo capire bene le peculiarità del prodotto. In uno dei banchi visitati ho avuto il piacere di scambiare due chiacchiere col ragazzo che lavorava in una jamoneria, aveva origini italiane e lo scambio di opinioni è risultato molto naturale.

Da questo piacevole incontro è saltato fuori che non tutti i prosciutti iberici sono necessariamente Pata Negra.
Il Pata Negra infatti oggi indica esclusivamente le migliori razze suine spagnole e non,come erroneamente si può pensare, il mondo generico dei prosciutti spagnoli. Un tempo, il vero Pata Negra, era quello che per predisposizione genetica sviluppava lo zoccolo scuro (da cui appunto prende il suo nome: pata-zampa, negra-scura) ed era considerata la razza più pregevole. Nel tempo sono state rivalutate anche altre razze suine dalle carni più saporite e per evitare confusione in merito, l’amministrazione spagnola ha deciso di eliminare la denominazione. Nonostante la cancellazione della denominazione, nel mondo dei prosciutti, gli esperti sanno che quando si parla di Pata Negra ci si riferisce ad un prodotto di qualità, un suino che deve seguire una rigorosa procedura che riguarda l’ingrasso ed una alimentazione prevalentemente di ghiande. Come per i nostri prodotti italiani, è necessario che il prosciutto iberico in questione abbia la denominazione DOP conferita solo ai maiali provenienti e allevati in quattro posti precisi: Salamanca, Estremadura, Huelva e Cordova.

La cosa che rende veramente unici alcuni di questi salumi, come ad esempio il prosciutto Albarragena di Maldonado, è che vengono venduti con la certificazione del DNA dell’animale per garantirne la purezza. Sono sempre stato un grande sostenitore del made in Italy e soprattutto dei nostri salumi, giudicandoli i migliori al mondo, ma dopo aver assaggiato un po’ di Jamòn Iberico di Bellota la mia convinzione ha vacillato -e non poco- al punto di riservargli un posto tra i migliori salumi della mia salumeria.

Il Jamòn Iberico di Bellota è caratterizzato da un colore rosso vivo e i suini sono ghiotti di ghiande di quercia, ricchissime di acido oleico, lo stesso acido che ritroviamo nell’olio extravergine di oliva. Il grasso del Bellota, oltre ad essere una prelibatezza, perché letteralmente “si scioglie” al solo tocco con il palato, è ricco di colesterolo “buono”, un motivo in più per gustarlo!

 

Durante l’ultima cena spagnola non potevo non assaggiare nuovamente la paella che mi aveva conquistato così tanto. Dopo aver effettuato qualche ricerca, ho deciso di andare al “Casa Benigna” convinto dalle numerose recensioni positive.

Avevo ordinato due tipi di paella, una completamente di mare e un’altra di sole verdure ma… c’era qualcosa di strano… la paella, nonostante i miei tentativi più che insistenti, non si staccava dalla pentola! Ci è voluto un po’ eppure alla fine mi sono arreso. Soltanto successivamente ho capito che non si trattava della tradizionale paella ma di una variante, chiamata “Arroz” (riso), che veniva cotta proprio in quel modo arrivando perfino a bruciacchiare il fondo della padella. Ammetto in tutta sincerità di preferire la paella intesa nel senso classico del termine perché la trovo più delicata e più ricca di condimento rispetto all’”Arroz” in cui il riso prevale su tutti gli altri sapori.

 

Così tra paella e jamon, sangria e riso si è concluso il viaggio delle mie papille gustative in Spagna.
Ho lasciato la penisola iberica carico di nuove esperienze e nozioni sulla mia materia preferita: la salumeria.

Per oggi è tutto, alla prossima esperienza gastronomica!

 

 

 

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